INDICE
Inquadramento territoriale
La Comunità montana
La Comunità montana del Brenta
L'EVOLUZIONE STORICO-ECONOMICA
Preistoria, Romanità e alto medioevo: prima di Campese
Periodo del legname e della Serenissima (1300 – fine 1700)
Periodo degli opifici (1300 – fine 1800)
Periodo del tabacco (inizio 1600 – metà 1900)
Prima guerra mondiale
Seconda guerra mondiale e dopoguerra
Dati statistici sul territorio
Geologia e carsismo
Idrografia
Le alluvioni
Erosione delle sponde, arginature e pulizia degli alvei
Caduta massi
Cave, miniere ed estrazione in alveo
Manutenzione del territorio
La Strada Statale n. 47 "Valsugana"
La Strada Provinciale "Campesana"
I ponti
La ferrovia Bassano – Trento
Altre strade
Organizzazione storica dei centri e delle contrade
Tipologie edilizie tipiche del Canale del Brenta
Tipologie edilizie moderne nel Canale del Brenta
L'incentivazione del recupero edilizio
Opifici
Fortezze
Ville
Mulattiere e sentieri storici
Paesaggio agrario
Elenco dei beni storico-culturali della Valbrenta
Il paesaggio fluviale
Le acque minori
SIC e ZPS
Il Monte Grappa
Le attrattive turistiche
Artigianato
Industria
Commercio
Turismo
Agricoltura
Formazione e cultura
Istruzione scolastica
Trasporto pubblico
Servizi socio-sanitari
Strutture sportive
N.B.: parte dei testi sono tratti dalla tesi di laurea "Il Canale del Brenta - Riqualificazione di un territorio tra due piani d’area", Relatore prof. Piergiorgio Tombolan, laureandi Erica Fogliata e Francesco Pozzobon.
INQUADRAMENTO TERRITORIALE
"La valle che il Brenta percorre dal luogo in cui nasce sino al suo sboccare nella veneta pianura presso Bassano, deve andare divisa in due parti bene distinte. La prima, che va da sera a mattina, tutta nel Trentino, si chiama Valsugana; la seconda, che va da settentrione a mezzodì, dal confine austro-italiano sin presso Bassano, si chiama Canale di Brenta. Questo può poi venire suddiviso in due parti. La settentrionale, da Primolano a Carpanè, è più stretta, meno abitata, colle pareti a picco, con pochissimi tratti a coltura, se ne togliamo le piccole pianure intorno a Primolano ed a Cismon; la meridionale, da Carpanè-Valstagna a Solagna-Campese è un po’ più larga, più abitata, colle falde dei monti meno ripide, con vallicelle, e qualche tratto di campagna." E’ la descrizione che la "Guida alpino storica di Bassano" del 1885 fa del territorio del Canale del Brenta.
Una valle che, situata nella zona di confine tra le Province di Vicenza, Treviso e Belluno, è caratterizzata dal passaggio del fiume Brenta tra l’Altopiano di Asiago, alla sua destra orografica, e il versante del Massiccio del Grappa, alla sua sinistra. In realtà, più che una valle, la si può meglio definire come una grande gola larga un chilometro e lunga venticinque dove, racchiusa tra sponde ripidissime alte fino a mille metri, scorre "la Brenta". Una valle di origine tettonica, plasmata da un’azione millenaria del ghiaccio e soprattutto del fiume, e che si congiunge alla pianura veneta nei pressi della parte settentrionale di Bassano del Grappa.
LA COMUNITA’ MONTANA
Le Comunità Montane sono Unioni di Comuni, enti locali costituiti fra Comuni per esercitare congiuntamente una pluralità di funzioni di loro competenza o ad essi delegate (TUEL 267/2000).
Esse sono state istituite con la Legge n° 1102/1971 al fine di concorrere all’eliminazione degli squilibri di natura sociale ed economica tra le zone montane e il resto del territorio nazionale, alla difesa del suolo ed alla protezione della natura.
L’approvazione della Legge 142/90, relativa all’ordinamento delle autonomie locali, ha ridefinito la natura, il ruolo e le funzioni delle Comunità Montane, riconoscendo loro la qualifica di ente locale e confermando le funzioni programmatorie del piano di sviluppo.
In seguito la L.R. n° 39/1999 ha approvato un nuovo testo di legge riguardante l’istituzione, il funzionamento e la ridefinizione geografica delle Comunità Montane del Veneto, recependo i criteri e le direttive approvate dalla Comunità Europea nel 1975 (268/75/CEE), che miravano a salvaguardare e a valorizzare i territori economicamente e socialmente più deboli: tali direttive riconoscevano la necessità di istituire un particolare regime di aiuti in favore di quelle zone agricole nelle quali le condizioni di lavoro fossero svantaggiate dal clima sfavorevole, dalla qualità scadente dei suoli e dalle eccessive pendenze dei terreni, quali appunto i territori di montagna e collina.
Il Testo Unico sugli Enti Locali n° 267/2000 ha poi sancito l’importanza che le Comunità Montane hanno nella valorizzazione delle zone montane, mentre la L.R. n° 11/2001 ha conferito loro una molteplicità di funzioni idonee al conseguimento di tale obiettivo.
Gli organi elettivi che le compongono sono:
Il piano pluriennale di sviluppo socio-economico costituisce il documento programmatico di opere, interventi e servizi nel territorio di competenza della Comunità Montana, attraverso il quale vengono individuati gli strumenti idonei al perseguimento degli obiettivi di sviluppo socio- economico, da elaborarsi in armonia con le linee di programmazione regionale, provinciale e comunale.
A tale scopo esso deve contenere:
Il Piano Pluriennale ha durata quinquennale e la sua attuazione avviene a mezzo di Programmi Annuali Operativi, i quali devono contenere le opere e gli interventi da eseguirsi, gli oneri di spesa e la relativa copertura finanziaria.
LA COMUNITA' MONTANA DEL BRENTA
Composta dai comuni montani di Cismon del Grappa, Valstagna, San Nazario, Campolongo sul Brenta e Solagna e dai comuni parzialmente montani di Pove del Grappa, Romano d'Ezzelino e Bassano del Grappa, la Comunità montana del Brenta si presenta territorialmente come una stretta e lunga valle che si apre alla pianura con dolci rilievi collinari. Questa situazione morfologica rende quanto mai diversificata tra queste due zone la situazione sociale ed economica. I cinque comuni della Valle, dopo un periodo di intensissima emigrazione, hanno ritrovato ora una certa stabilità demografica, in una situazione sociale caratterizzata però da un'età media elevata.
Le frazioni pedemontane dei tre comuni esterni alla Valle, ben integrate nelle realtà civiche di appartenenza, stanno invece vivendo una situazione di incremento demografico. A livello generale, poi, occorre rilevare come il miglioramento delle condizioni socio-economiche, verificatosi negli ultimi anni, abbia rafforzato nei residenti l’esigenza di un miglioramento della qualità della vita.
La Comunità Montana del Brenta nello statuto specifica le proprie finalità nella valorizzazione umana, sociale, culturale ed economica della propria zona attraverso una politica generale di riequilibrio e di sviluppo delle risorse attuali e potenziali perseguendo i seguenti obiettivi:
L'EVOLUZIONE STORICO-ECONOMICA
PREISTORIA, ROMANITA’ E ALTO MEDIOEVO: PRIMA DI CAMPESE
Si hanno notizie di abitanti nel Canale sin dai tempi della preistoria, tuttavia si tratta di informazioni sporadiche e che non permettono di comprendere il ruolo che tale territorio possedeva in quel periodo.
I ritrovamenti più antichi risalgono all’epoca dell’industria litica musteriana (circa 40.000 anni fa) nelle Grotte di Oliero e a quella del paleolitico epigravettiano (11.000 anni fa) in valle di San Martino.
Un discorso a parte va fatto per quel che riguarda l’insediamento abitativo e la necropoli situati a San Giorgio di Angarano, e dunque sulla pedemontana, il quale risale all’età del Bronzo finale e recente (XIII-XII secolo a.C.) e che ha tutte le caratteristiche di un insediamento Paleoveneto di notevoli dimensioni ed importanza.
I primi insediamenti stabili nel Canale e nelle sue vicinanze risalgono all’età preromana, quando nella pedemontana tra il Piave e la Brenta fiorì la civiltà di popolazioni quali i Celti e i Reti, che si instaurarono sul pedemonte perché le pianure sottostanti erano ricche di selve e paludi e quindi poco abitabili. In questo periodo non esisteva Bassano del Grappa e la parte del leone la svolgeva la città di Angarano, allora importante scalo portuale e nodo tra la strada che scendeva dalla Valsugana e la Brenta, (che al tempo era navigabile), oltre che tra esse e la strada che correva lungo tutta la pedemontana, collegando fra loro i centri che vi erano sorti.
La cultura che si instaurò in questi secoli si radicò talmente tanto nelle popolazioni del posto che, anche dopo l’arrivo dei Romani e l’acquisizione della cittadinanza romana (49 a.C.) le genti la conservarono, mantenendo così una notevole autonomia.
L’arrivo dei Romani fu importante per la Valbrenta principalmente per due motivi: dal Covolo di Butistone fino a Solagna il territorio fu costellato di fortificazioni (tra le quali ricordiamo la Bastia di Enego, il Covolo di Butistone, Piancastello a San Nazario, il Castello di Angarano e la fortificazione sul Monte Cornon tra Solagna e Pove), necessarie ai nuovi conquistatori per bloccare le eventuali invasioni di barbari da Nord, e costruita una strada sulla riva sinistra della Brenta che percorreva l’intero Canale e che svolgeva compiti quali collegare tra loro le fortezze e permettere il transito militare verso le terre più a Nord, ma anche il transito delle numerose greggi di pecore che dovevano giungere sul Massiccio del Grappa e sull’Altopiano di Asiago. I Romani, infatti, crearono un fiorente mercato di lana che, sfruttando i pascoli estivi di montagna e la possibilità di effettuare la transumanza lungo tutto il fondovalle, permetteva di rifornire di lana pregiata le manifatture di Patavium (Padova).
Oltre a ciò, la romanità portò in valle altre innovazioni che interessarono l’economia, come ad esempio le prime coltivazioni di olivo sulle coste assolate di Pove e alcune fornaci per la costruzione di laterizi da costruzione, di cui si hanno notizie in particolare a San Giorgio alle Acque.
Nonostante tutti questi cambiamenti positivi, va ricordato che i centri abitati, durante il dominio romano, rimasero nella zona pedemontana (San Giorgio alle Acque, Angarano e Solagna), in quanto nel Canale non vi erano i presupposti per la creazione di insediamenti stabili.
Al cadere dell’Impero Romano (VI secolo) vi furono nel Nord Italia numerose invasioni da parte di popolazioni Gote e Longobarde. Queste ultime, in particolare, interessarono la nostra zona dal VI secolo, quando popolarono la pedemontana tra il Piave e la Brenta e utilizzarono i colli per la creazione di un forte sistema difensivo, i cui cardini, per ciò che concerne il Canale, erano Solagna (sede di un presidio militare da cui si poteva governare l’intera vallata), il Covolo di Butistone (che venne munito di mura all’accesso) e San Martino (luogo in cui probabilmente i Longobardi insediarono un’Arimannia, ossia un’istituzione militare che prevedeva l’assegnazione di un territorio a un gruppo di circa dieci militi sotto la guida di un "decano" che vi vivevano in modo stabile e che, come contropartita, erano tenuti al presidio militare permanente del territorio stesso).
L’influenza che la cultura longobarda ebbe sulle popolazioni del posto fu molto forte, tanto che le leggi stabilite durante tale periodo perdurarono anche sotto la dominazione dei Franchi (dall’VIII secolo) e degli Ottoni (dal X secolo), fin anche dopo l’XI secolo.
Fu proprio sotto il dominio di Longobardi, Franchi e Ottoni che nel Canale cominciarono a svilupparsi i primi centri abitati, tanto che attorno all’anno 1000 sui documenti storici si parla di Cismon, San Nazario, Solagna, Pove, Campese e Bassano (il cui castello fu fatto costruire tra il 900 e il 950 dal Vescovo di Vicenza).Tra di essi, Solagna rimase il centro più importante e raggiunse la sua massima espansione territoriale comprendendo tutta la valle (che al tempo veniva chiamata "Vallis Solanae"), fino al 915, anno in cui Berengario I, Imperatore del Sacro Romano Impero, donò il Canale al Vescovo di Padova Sibicone, un dono corredato da un editto che richiedeva, come soluzione alle preoccupazioni per le scorrerie degli Ungheri, l’"incastellamento" delle chiese esistenti nella vallata e la fortificazione dei siti più idonei dell’area. Fu così che la cappella di Santa Giustina di Solagna e la chiesa di San Pietro di Pove vennero dotate di fortificazioni difensive, che vennero poste o risistemate le rocche nei pressi di Cismon, Arsiè, Valstagna, San Nazario, Campolongo, Solagna e Campese e che si cominciò a riutilizzare la strada in sinistra Brenta per il transito militare (dal 915 tale strada è attestata fino a Primolano).
In tutta Europa questo periodo è quello in cui cominciarono a diffondersi in modo più evidente i santuari, le chiese e i luoghi di culto, e anche il Canale del Brenta non si sottrasse a questa evoluzione, ospitando dapprima i luoghi sacri delle popolazioni Longobarde, di cui si hanno numerose testimonianze soprattutto nella parte Sud della Valbrenta (San Biagio, San Bortolo, San Giorgio alle Acque e San Martino sono tutte chiese di chiaro impianto longobardo), e in seguito ulteriori siti, tra i quali il santuario di Nostra Signora del Pedancino (che la leggenda vuole far risalire ai secoli VIII-IX) e l’eremo di San Giorgio di Solagna, oltre che le già ricordate chiese di Santa Giustina e San Pietro.
Lo svilupparsi dei centri abitati, e dunque dei traffici militari o civili portò anche alla nascita dei primi collegamenti viari e dei primi guadi, necessari a collegare tra loro le due sponde e le popolazioni che vi si trovavano. Si ebbe così un primo accenno della futura strada in destra Brenta, la quale, vista l’assenza di centri abitati su questa sponda, si limitava a giungere fino alla chiesa di San Martino di Campese, ma anche la formazione di luoghi di guado proprio nei pressi di Campese, all’altezza delle chiesette votive di San Biagio e San Bortolo.
IL MONASTERO DI CAMPESE
La costruzione del monastero di Santa Croce a Campese da parte di Ponzio, ex abate di Cluny, portò in Valbrenta numerosi cambiamenti e innovazioni, che condizionarono il futuro sviluppo del territorio. La sua erezione fu voluta, oltre che da Ponzio, anche dalla famiglia dei Da Romano, che in quei secoli aveva raggiunto la sua massima potenza politica, economica e territoriale, e che donò ai Benedettini parte delle terre su cui sorse la struttura ecclesiastica, ma che fece loro dono anche di tutta la costa valliva dal Vallison, presso Campese, fino a Cismon. Il posto in cui costruire il monastero fu scelto proprio perché lì si poteva godere della protezione della potente famiglia feudale, ma anche in considerazione del fatto che nelle vicinanze vi era l’antica chiesa di San Martino, l’unica che nella valle poteva essere paragonata come importanza alla pieve di Santa Giustina di Solagna (sin dai tempi antichi San Martino era considerato come il luogo dove "portare i morti", che vi giungevano da tutta la sponda sinistra del Canale, ma anche da Cismon e da Foza).
I Benedettini che si instaurarono a Campese furono ben presto lasciati da Ponzio, la cui partenza comportò un passaggio di "proprietà" del monastero, che venne subordinato a quello di San Benedetto di Polirone a Mantova. I monaci intrapresero l’opera di dissodamento, bonifica e messa a coltura di molte terre prima incolte e sterili. La loro fervida attività portò alla nascita e crescita di numerosi nuclei abitativi lungo la sponda destra della Brenta che, per la prima volta, cominciò ad essere popolata stabilmente. Nacquero così i paesi di Campolongo, Oliero e Valstagna (quest’ultima, fino al XIV secolo, rimase, assieme ad Oliero, una contrada del Comune di Campolongo-Campese, per poi divenire centro nevralgico del Canale), e i versanti della vallata cominciarono ad essere messi a coltura, grazie anche al fatto che i monaci affidarono ad ogni Comune un patrimonio in pieno uso per il quale esigevano un modesto censo annuo e che diedero i terreni incolti a livello enfiteutico agli abitanti (l’enfiteusi è il diritto di godere di un fondo altrui con l’obbligo di apportarvi migliorie e di corrispondere al proprietario un canone periodico in denaro o in natura). L’agricoltura praticata in valle era povera ed essenziale: comprendeva le "biave" per il pane e la polenta, la canapa per la creazione di tessuti, le piantagioni di gelso per allevare i bachi da seta e di olivo sulle colline povesi. Tutto ciò era corredato dall’allevamento di bestiame, nutrito d’inverno col fieno magro ottenuto dal taglio degli erti pendii, localmente chiamati "masi", ed in estate sui pascoli delle malghe comunali, soggetti ad uso civico.
Nonostante la semplicità e la pochezza di questi alimenti di sussistenza, in questo periodo si assistette ad un sempre più importante incremento di popolazione sulle sponde del Canale e questo, assieme al perdurare della carenza di collegamenti tra i diversi centri, portò alla necessità di fondare nuove chiese: San Martino oramai stava divenendo pieve di un territorio troppo vasto e popolato e le sue possibilità di controllo erano sempre minori. Fu così che furono fondate dapprima le chiese di San Marco a Cismon (1199) e di San Bortolo a Primolano (1190) e poi via via tutte le altre (San Nazario e Celso, San Vigilio di Pove e Santo Spirito di Oliero). In particolare vanno ricordate proprio le strutture ecclesiastiche di Cismon e Primolano perché, oltre a svolgere funzioni sacre, erano luoghi di sosta e cura per i viandanti e fulcri organizzativi della vita del paese: chiesa, ospizio e monasteriolum di Cismon erano retti da un monaco eletto come priore dai benedettini di Campese, il quale aveva il compito di organizzare, assieme al "marigo" (rappresentante civico del paese), la vita del posto. Questo inizio di indipendenza da parte di Cismon fu seguito, nel 1308, dalla separazione dei territori montani tra quello di Cismon stesso e quello di Solagna (fino agli inizi del XIV secolo, infatti, il territorio montano del Grappa era unico ed indiviso tra le comunità della sinistra Brenta), grazie alla quale gli abitanti del paese poterono dedicarsi sempre più alle attività di mandriani e boscaioli, oltre che a quella tradizionale di contadini.
I benefici apportati al territorio in esame da parte dei monaci benedettini vanno ricercarti anche nella realizzazione dei primi ponti sulla Brenta (il primo a Sarson, voluto da Ponzio, e il secondo tra il colle di Santa Maria e Angarano), nel prolungamento fino a Valstagna della strada in destra Brenta e nell’erezione del primo opificio idraulico: un mulino in località Margnan di proprietà del monastero di Campese e di cui si ha notizia sin dal 1181.
Il periodo di maggiore fulgore del monastero (che terminò a inizio 1300, quando il monastero entrò in una grave crisi religiosa) non coincise però con un momento di pace e tranquillità per il Canale, in quanto proprio in questi secoli in tutta l’Italia Settentrionale si stava assistendo alle lotte tra le signorie nobili, tra i Vescovadi e tra i Comuni. Si ebbe così un continuo attraversamento della valle da parte di truppe militari, incessanti scorrerie e distruzioni da parte degli eserciti; un susseguirsi di cambiamenti di "padrone" che certo non giovarono alla creazione di un’economia stabile in queste terre. Inizialmente sotto il dominio di Vicenza, le popolazioni locali si trovarono costrette a seguire le sorti degli Ezzelini, dei Padovani, degli Scaligeri, dei Carraresi e dei Visconti, per poi, nel 1404, venire assoggettati a Venezia. Tutto questo fervore militare fu ovviamente legato alla posizione strategica della Valbrenta e alla possibilità di stabilire in essa numerose postazioni di difesa e controllo: in questi secoli erano attivi il Castello di Bassano, il Castello di Romano d’Ezzelino (distrutto nel 1259 alla morte di Ezzelino III il Tiranno e ricostruito sottoforma di bastia da Venezia nel 1370), la Bastia e la Torre di Solagna, il Castelliere di Angarano (distrutto dalle fondamenta nel 1312), il Covolo di Butistone e il Castello della Scala di Primolano.
PERIODO DEL LEGNAME E DELLA SERENISSIMA (1300–FINE 1700)
L’importanza che la presenza di numerosi boschi ebbe per il Canale dal 1300 in poi fu elevatissima: tutti i centri abitati della valle per più di quattro secoli si dedicarono quasi esclusivamente al taglio, trasporto e commercio di legname o alla produzione di carbone, tanto che, soprattutto nel XIV secolo, queste attività rappresentavano l’unica fonte di reddito per gran parte della popolazione.
La crescente richiesta di tale materia prima fu dovuta allo sviluppo che i Comuni Veneti ebbero da questo secolo in avanti, e in seguito alla nascita della Repubblica Serenissima (che conquistò il bassanese nel 1404) e al suo continuo bisogno di legname per la costruzione dell'arsenale, senza il quale Venezia non poteva né commerciare né costruire nuove parti di città. Fu proprio l’importanza che il legno aveva per la capitale veneta che la portò ad instaurare delle norme precise e rigide per la salvaguardia dell’integrità dei boschi, i quali svolgevano anche un ruolo di difesa dei confini e di protezione dal punto di vista idrogeologico. Nonostante ciò, gli antichi boschi di abeti, larici, faggi, carpini, roveri e frassini che ricoprivano le montagne, i versanti del Canale e la pianura bassanese, pian piano videro diminuire la loro estensione: la necessità che gli abitanti avevano di portare a casa i soldi per far sopravvivere le famiglie era tale che si cercava di ottenere quanto più possibile dalle risorse forestali.
Lo sconvolgimento economico portato dalle nuove attività lavorative creò dei diversi equilibri anche tra i centri abitati della valle: si ebbe così uno scemare della supremazia di Solagna e Campese ed un affermarsi sempre più evidente di Valstagna, che divenne il principale centro di confluenza di tutte le biade e i legnami provenienti dall’Altopiano di Asiago, dalla Valsugana, dal Primiero e dal Feltrino (sul torrente Cismon, dal quale provenivano grandi quantità di legname, fu realizzato, nel XVI secolo, persino un ponte sospeso per evitare che i tronchi abbattessero i piloni del ponte stesso).
Purtroppo questo importante passo avanti dell’economia non fu correlato da un aumento medio della ricchezza della popolazione locale, poiché i proventi andavano ai nobili mercanti veneziani che commissionavano il taglio dei boschi e ai quali i Comuni vendevano le parcelle di bosco. Essi cominciarono ad affluire a Valstagna per poter meglio dirigere le nascenti imprese ed attività, oltre che gli opifici idraulici necessari al trattamento del legname. L’interesse per le attività economiche del Canale corrispose al più generale interesse che i nobili veneziani cominciarono ad avere dal 1400 per l’entroterra e fu seguito da un’intensa attività edilizia: la pedemontana bassanese venne costellata da sontuose ville padronali, tra le quali ricordiamo Cà Bianchi Michiel (oggi classificata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO), Cà Roberti, Cà Angarano, Cà Cornaro e Palazzo Guarnieri.
Vale la pena di ricordare come avveniva l'attività di esbosco e trasporto del legname:
L’altra attività economica permessa dai boschi, fortemente voluta dai fabbri della città di Padova e dalla Zecca di Venezia, era la fabbricazione del carbone, per la quale venivano utilizzati gli scarti di ripulitura dei tronchi e le piante altrimenti inutilizzabili. In apposite aree del bosco dette "aie carbonili" veniva costruito un "pojato" di circa 700-800 quintali di legna da cui si ricavavano 70-100 quintali di carbone. La principale differenza tra questa attività lavorativa e quelle elencate precedentemente era che il reddito della prima era interamente in mano a commercianti locali (soprattutto di San Nazario, Solagna e Valstagna), mentre tutte le altre facevano capo ad imprenditori provenienti dalle grandi città di pianura.
Il dominio della Serenissima fu caratterizzato da un periodo di relativa pace per la Valbrenta, anche se le fortificazioni presenti continuarono ad essere soggette a manutenzione e ad avere presidi militari permanenti. Lo stretto legame economico che si instaurò tra Venezia e il Canale del Brenta fece sì che i Canaloti fossero nei secoli fedeli alla città, difendendo essi stessi i passi forti della valle dalle invasioni provenienti da Nord. Questa fedeltà fu ricompensata da Venezia concedendo importanti privilegi: il Leone di San Marco che ancora oggi si può notare a Valstagna è raffigurato con la spada in pugno ("Leon de guera") e con una zampa sul libro chiuso (simbolo che il territorio non doveva nessuna tassa alla Dominante).
Oltre all’ordinamento economico e militare, la Repubblica Veneta diede al territorio bassanese anche un ordinamento "urbanistico" suddividendolo in tre macro-aree:
PERIODO DEGLI OPIFICI (1300 – FINE 1800)
I primi opifici idraulici di cui si ha notizia risalgono alla fine XII secolo (mulino in località Margnan di proprietà del monastero di Santa Croce) e al XIV secolo, quando cominciarono a svilupparsi le installazioni lungo il corso della Brenta e della Rea di Campese.
Il periodo del loro massimo splendore si ebbe tra metà 1600 e metà 1700, un secolo nel quale gli opifici fiorirono a Campese, Oliero, Valstagna, Carpanè, San Nazario, Solagna e Bassano: da Roncobello di Valstagna fino a Campese essi si susseguivano quasi senza soluzione di continuità su entrambe le sponde della Brenta.
La crescita degli opifici perdurò fino alla fine del XIX secolo, quando molti fattori indussero gli imprenditori a non investire più in queste opere: cominciavano a svilupparsi le grandi industrie di pianura il cui funzionamento era legato a forme energetiche più redditizie dell’acqua; le numerose piene cui il Brenta era soggetto causavano di frequente gravi danni agli edifici siti lungo le sue sponde; la difficile posizione geografica in cui si trova il Canale cominciò ad essere di peso agli industriali, un peso che non avrebbero avuto portando la produzione nelle più accessibili aree di pianura.
Un importante elemento cui prestare attenzione è la capacità che i valligiani hanno avuto per secoli di far coesistere due attività economiche molto diverse tra loro ma che necessitavano dello stesso bene per sopravvivere: sia per gli opifici che per il trasporto del legname veniva utilizzata la corrente del fiume Brenta e questo comportò l'emanazione di regole precise e severe sull’uso del fiume stesso e sulla quantità d’acqua che in esso doveva esserci. Per questo le prese delle roste, che spesso attraversavano il corso d’acqua, erano dotate di porte centrali che permettevano la fluitazione di zattere e legnami e tutta l’acqua che veniva presa dagli opifici doveva essere rigettata nella Brenta, poco più a valle del punto di raccolta.
|
XV–XVI secolo |
XVII secolo |
XVIII secolo |
XIX secolo |
XX secolo |
|
|
Cartiera |
Fucina Follo da panni Cartiera Mulini |
Conceria Filatoio da seta Follo da panni |
Filanda da seta Follo da panni Conceria Mulino da grano Follo da panni |
Mulino da grano Fabbrica di birra Conceria |
|
|
Pove |
Scalpellini |
||||
|
Solagna |
Scalpellini Filanda da seta Deposito tabacchi |
Fornace da calce |
|||
|
Campolongo |
Cartiera |
Centrale idroelettrica |
|||
|
S. Nazario |
Filatoio da seta |
Conceria Filatoio da seta |
Ovattificio |
||
|
Oliero |
Cartiera |
Cartiera |
Cartiere |
||
|
Carpanè |
Seghe Mulino da grano Filatoi da seta Cartiera |
Seghe Mulini Centrale idroelettrica Deposito tabacchi |
|||
|
Valstagna |
Segherie Mulini Cartiera |
Segherie Mulini Maglio da ferro |
Cartiere Magli da ferro Fucine Filatoi da seta |
Cappelli di feltro |
|
|
Cismon |
Industria chimica |
La tabella evidenzia che il Canale è stato interessato sia da fenomeni industriali passeggeri e sporadici durati meno di un secolo e poco sviluppati, che da attività permanenti nel tempo e distribuite in molteplici siti lungo entrambe le sponde. Alla prima categoria appartengono attività quali la fabbrica di birra di Campese, l’ovattificio di Merlo (San Nazario), l’industria chimica Lancia di Cismon e la produzione di cappelli di feltro a Valstagna (famosa nel Veneto durante il XIX secolo), mentre nella seconda categoria rientrano:
Un discorso a parte va fatto per gli scalpellini di Pove e Solagna: inizialmente nati per la necessità di produrre le pietre necessarie alla realizzazione delle masiere, col tempo si specializzarono in altri due campi, uno riguardante il taglio delle pietre di marmo, utilizzate dall’industria edilizia, e l’altro consistente nella realizzazione di vere e proprie opere d’arte. Tale fu la capacità dei maestri Povesi di creare una scuola dedicata a quest’ultimo compito che gli scalpellini di Pove e Solagna venivano considerati artisti ed erano rinomati e richiesti in tutta Europa (lavorarono anche per Napoleone e Canova). La nascita di una così fiorente industria fu possibile grazie alla presenza di eccezionali marmi di vari colori sulle montagne circostanti: tra di essi ricordiamo il Biancone di Pove, noto per la sua bianchezza e lucentezza.
Meritano un accenno anche due attività particolari quali le centrali idroelettriche e la fornace da calce, la cui nascita è certamente legata alla presenza della materia prima in loco (il Canale è ricco sia di acqua che di pietra calcarea): lungo il corso della Brenta sono presenti ancora oggi un elevato numero di centrali idroelettriche attive ed inattive (es. centrale Guarnieri di Carpanè, seriamente danneggiata durante l’alluvione del 1966), mentre delle numerose fornaci esistenti in valle nei secoli scorsi ne rimane solo un esempio (Calcara di Solagna).
PERIODO DEL TABACCO (INIZIO 1600 – META’ 1900)
La pianta di tabacco, detto anche "Erba della Regina", fu introdotta in Italia dall’America Tropicale nel 1570 e da quel momento si diffuse in diverse zone della penisola, tra le quali anche il Canale del Brenta: non è chiaro come sia giunto fino a qui, ma la leggenda narra che i Canaloti sono "i più vecchi coltivatori" e che i semi arrivarono nel bastone cavo di un monaco benedettino. La sua coltivazione avvenne dapprima nelle terre del Monastero di Campese come erba medicinale (XVII secolo) per poi diffondersi pian piano in tutta la valle, a cominciare dai paesi di Campese, Campolongo, Oliero e Valstagna.
L’evoluzione portata da questa coltura fu assoluta: se nel 1502 il Segretario Ducale della Repubblica Serenissima Alvise de Piero scrisse che nel Canale non c’era "alcun palmo di terreno" coltivato, dal secolo successivo si assistette ad una continua progressione della diffusione del tabacco, che raggiunse il suo apice nella seconda metà dell’Ottocento, quando tutto il terreno disponibile era dedicato all’Erba della Regina e la produzione era di 20 milioni di piante all’anno (una vera e propria monocoltura!). Un esempio di ciò lo si può osservare esaminando il territorio di Campese all’epoca del Catasto Napoleonico, il quale era così composto:
Inizialmente Venezia non vide di buon occhio la nuova attività e vietò la coltivazione del tabacco, ma fu ben presto costretta a tornare sui propri passi a causa del crescente contrabbando, riconoscendo la convenienza della messa a coltura dei terreni e la bontà del prodotto. Nel 1763 furono stipulati i primi contratti tra la Serenissima e i Comuni, nei quali vi erano pesanti clausole ed ammende pecuniarie, e da questo momento in poi la produzione fu soggetta a monopolio statale e a dazi sempre più esosi che, nonostante fossero accompagnati da speciali privilegi erariali, causarono la perenne crisi dell’industria e l’esistenza di un insistente contrabbando.
La produzione di tabacco venne tenuta in grande considerazione sia da Venezia (che nel 1776 impose il trasporto via mare solo su velieri veneziani), che da Napoleone (che nel 1811 concesse ai Canaloti i privilegi già accordati dalla Serenissima), ma anche da Francesco I d’Austria (che dal 1817 estese per la prima volta i privilegi e le concessioni anche alle contrade situate sulla sponda sinistra della valle).
Gli Asburgo posero norme ancora più rigide rispetto a quelle preesistenti, attuando una durissima politica di contenimento dei prezzi, ma il vero colpo alla produzione fu inferto dal nascente Regno d’Italia che, dopo l’unità, introdusse un sistema di addebito basato sul numero di foglie e non più sul numero di piante, causando l’abbandono della coltivazione delle specie di tabacco più pregiate e meno produttive.
Come detto in precedenza, l’introduzione di tale coltura provocò una radicale trasformazione della morfologia e dell’economia del Canale: con la sola forza delle mani, gli abitanti diedero vita ad una rivoluzione costruttiva che li condusse alla realizzazione del paesaggio delle masiere.
Gli elementi caratterizzanti di questo paesaggio sono:
Il declino della coltivazione dell’Erba della Regina, dovuto al crollo della sua redditività, è avvenuto dalla metà del XX secolo e può essere riassunto nei seguenti dati:
|
Ettari coltivati |
Piante prodotte |
|
|
2a metà XIX secolo |
600 ha |
20 milioni |
|
1936 |
305 ha |
10 milioni |
|
1956 |
180 ha |
6 milioni |
|
1976 |
16,70 ha |
500 mila |
|
1980 |
10 ha |
335 mila |
Nei secoli che vanno dal XVIII al XX, caratterizzati principalmente dalla nuova attività economica, si sono avuti notevoli cambiamenti anche nel campo della "politica": al termine del predominio della Repubblica Serenissima (1797), si ebbe un decennio nel quale la forza dominante fu quella dei Napoleonici, seguito subito dopo dagli Asburgici e dall’Unità d’Italia.
Dal punto di vista militare, invece, si è assistito all’abbandono delle fortezze storiche, quali ad esempio il Covolo di Butistone (fatto disarmare da Giuseppe II di Germania nel 1783 e smantellato dalle truppe di Napoleone del 1797) e alla costruzione di nuove fortezze più adatte alle emergenti strategie e ai più tecnologici armamenti (ad esempio le Tagliate Scala e Fontanella e il forte Tombion).
PRIMA GUERRA MONDIALE
Il Massiccio del Grappa e l’Altopiano dei Sette Comuni sono stati tra i principali teatri della Grande Guerra del 1915-1918. Luoghi di furiose battaglie ed ambienti ostili: la montagna, l’inverno, il freddo, resero davvero difficile la vita quotidiana ai soldati di entrambi gli schieramenti. Lo testimoniano la "Battaglia dell’Ortigara" e le tre battaglie del Grappa: la battaglia d’arresto (10 novembre – 25 dicembre 1917), la battaglia difensiva del giugno e quella offensiva dell’ottobre 1918, scontri che, oltre a provocare la morte di migliaia di soldati e civili, distrussero interi paesi e contrade, numerose malghe, pascoli, boschi e colture.
Questo ruolo centrale che il Canale del Brenta assunse nel primo conflitto mondiale derivò soprattutto dalla sua posizione geografica: nella parte più settentrionale della valle, nei pressi di Primolano passava il vecchio confine italo-austriaco. Data la particolare orografia del luogo, è facile immaginare come il nemico considerasse la Valbrenta una vera e propria "porta per l’Italia". Allo stesso modo ne erano ben consapevoli anche le armate italiane, le quali vi costituirono un grande caposaldo difensivo.
Negli anni dal 1916 al 1918, l’Altopiano, il fondovalle ed il Grappa furono profondamente segnati da una poderosa serie di trasformazioni territoriali: opere difensive ed infrastrutturali come la realizzazione di forti, trincee, caverne, gallerie, camminamenti, postazioni di cannoni e mitragliatrici, acquedotti, strade (come la Strada Statale "Cadorna" che tutt’oggi rappresenta la principale arteria per raggiungere Cima Grappa), ponti, mulattiere (che sono andate ad infoltire il già sviluppato reticolo di sentieri nati dal "periodo del legname" e poi dal passaggio dei contrabbandieri di tabacco e dei valligiani), teleferiche per rifornire di cibo, medicinali e munizioni, i punti di fuoco situati nelle zone montane più impervie.
Queste opere sono presenti sulla sommità dell’estremo margine est dell’Altopiano di Asiago che incombe sulla parte terminale del Canale del Brenta, e sul Grappa nel Col Moschin, Col della Beretta e Cima Grappa. Il sistema di linee fortificate che andavano a costituire comprendevano, e ancora comprendono, profondi camminamenti che collegavano tra loro posti avanzati di osservazione e di combattimento e, allo stesso tempo permettevano di raggiungere rifugi, gallerie e servizi logistici posizionati al di là della linea di cresta e così protetti dall’immediato fuoco nemico .
Come nel resto d’Italia, anche in questo territorio la guerra contribuì a cambiare la società:
SECONDA GUERRA MONDIALE E DOPOGUERRA
Durante la Seconda Guerra Mondiale la Valbrenta fu terreno di aspri conflitti tra le truppe fasciste e naziste e i numerosi gruppi di partigiani che vi avevano trovato riparo: tutto il territorio del Grappa fu soggetto a sanguinosi rastrellamenti.
A fine 1800 e nella prima metà del 1900 il Canale fu soggetto ad un periodo di profonda crisi, tanto che la popolazione si vide costretta ad emigrare per riuscire a sopravvivere. Inizialmente si trattò di un’emigrazione soprattutto stagionale, poiché molti dei Canaloti avevano fatto parte dell’Imperiale Regio Esercito e, durante la bella stagione, raggiungevano le destinazioni nelle quali l’Impero stava costruendo le infrastrutture (ferrovie, idrovie, strade).
In seguito le principali mete degli emigranti divennero le Americhe e la Francia, dove essi andavano a cercare fortuna stando lontani dal luogo natio per molti anni. Attualmente l’emigrazione degli abitanti è stata sostituita dal pendolarismo che porta i lavoratori residenti in valle a percorre ogni giorno la statale "Valsugana" per raggiungere le industrie o gli uffici presenti a Bassano del Grappa o nelle sue vicinanze. Purtroppo però, sono ancora evidenti i risultati della forte migrazione del secolo scorso, risultati direttamente palpabili nello stato di abbandono di molte case, alcune ormai fatiscenti ed inabitabili.
Per tutto il 1900 si ebbe la nascita di sporadiche attività industriali lungo le sponde della Brenta: nella prima metà del secolo si trattava prevalentemente di attività legate alle grandi evoluzioni dell’industria pesante italiana (es. fabbrica metalmeccanica a Cismon, centrali idroelettriche), mentre nel periodo più recente l’economia della valle è stata influenzata da quella del modello "diffuso" imperante nella vicina pianura veneta, e dunque si è assistito ad una profonda trasformazione riguardante la struttura insediativa e produttiva (anche se in minor misura rispetto alle aree di pianura).
Tra il 1951 e il 1971 sono sorte nuove localizzazioni industriali, ubicate lungo il fondovalle in un susseguirsi forse troppo frammentario: si trattava di piccole industrie nel settore meccanico, in quello del legno e mobilio, dei tessili, dell’abbigliamento, della concia delle pelli. Durante questi anni, chiamati del "boom economico", le nuove zone industriali stabilitesi nel fondovalle richiamarono lavoratori dalle contrade circostanti, spopolandole e modificando radicalmente quel sistema abitativo costituito da piccole contrade o nuclei sparsi sui versanti montani e lungo le sponde.
Conseguenza di ciò è stato l’abbandono di molti terrazzamenti e l’agricoltura, strutturata in piccole e piccolissime aziende, ha fornito manodopera all’industria. Il lavoro nei campi non è stato però del tutto abbandonato, poiché è venuta ad instaurarsi la figura dell’operaio - contadino: i prodotti agricoli tradizionali sono stati abbandonati per lasciare il posto a prodotti meno impegnativi (viti, foraggi).
Le industrie attuali sono tutte di piccola o media grandezza e spaziano tra i più svariati campi di produzione, quali gli imballaggi in legno, l’oreficeria, la meccanica, ecc. Rimane tuttavia, a livello locale, una forte carenza nei settori del commercio e dei servizi, che trovano comunque collocazione a Bassano. Anche il settore turistico non è riuscito a trovare uno sviluppo (fino agli anni ‘30 la parte meridionale del Canale era meta di scampagnate popolari dei veneziani, che arrivavano in treno fino a Bassano, per poi giungere in valle sulle "piate", dei carri agricoli a quattro ruote e senza sponde).
Vi sono comunque alcune produzioni tradizionali locali che ancora persistono, quali i marroni, l’olio, il miele, le ciliegie e le amarene, i formaggi e i funghi, a cui vanno aggiunti gli allevamenti di conigli e di trote.
Le principali attività industriali che hanno segnato la storia del Canale nel XX secolo sono state:
Fu abbandonata alla fine della guerra. Alla fine degli anni ‘50 fu utilizzata come calzaturificio e negli anni ‘60 come industria di cucine. La Conceria Finco ha cessato l’attività nel 1962.
Oggi è in parte usata come fungaia, ma nel 2000 è stata abbattuta l’ala sud con la centrale termica;
La tendenza complessiva di tutto il Canale del Brenta dal 1951 ad oggi è stata caratterizzata da uno spopolamento progressivo dei centri abitati, dovuto alla "fuga" delle famiglie che, private dei tradizionali metodi di sostentamento (prevalentemente agricoli), hanno cercato dimora in luoghi in grado di sopperire alle loro richieste lavorative, quali ad esempio Bassano del Grappa.
A questa tendenza fa eccezione il Comune di Pove del Grappa che, negli ultimi cinquant’anni, ha visto un continuo aumento della propria popolazione residente, dovuto soprattutto alla vicinanza di Bassano del Grappa ed alla ricerca, da parte degli abitanti della città stessa, di situazioni abitative che possedessero sia le caratteristiche di piccoli centri poco congestionati e immersi nel verde, sia la vicinanza a tutti quei servizi necessari a soddisfare le loro esigenze quotidiane.
Dal 1991 al 2001, per la possibilità di attuare comunque un pendolarismo a breve raggio con il bassanese, la popolazione si è sostanzialmente stabilizzata anche in Valle, con l'unica eccezione di Cismon che, trovandosi nella parte più distante, è stato soggetto ad un continuo calo di residenti.
|
Comuni |
Popolazione ai censimenti |
|||||
|
1951 |
1961 |
1971 |
1981 |
1991 |
2001 |
|
|
Bassano del Gr. |
26454 |
30497 |
35129 |
38450 |
38871 |
40736 |
|
Campolongo sul Br. |
1034 |
905 |
801 |
754 |
826 |
837 |
|
Cismon del Gr. |
2170 |
1731 |
1377 |
1244 |
1087 |
1058 |
|
Pove del Gr. |
1924 |
1873 |
1742 |
2024 |
2475 |
2846 |
|
Romano d’Ezz. |
5010 |
5430 |
7221 |
10069 |
12184 |
13912 |
|
San Nazario |
2378 |
1952 |
1732 |
1622 |
1652 |
1788 |
|
Solagna |
1908 |
1811 |
1485 |
1554 |
1519 |
1759 |
|
Valstagna |
3046 |
2519 |
2021 |
1848 |
1856 |
1957 |
|
Comunità Montana |
57689 |
60470 |
64893 |
|||
Interessante è analizzare le classi di popolazione di ciascun Comune, così da ottenere delle fasce omogenee, quali:
In questo modo è possibile comprendere le motivazioni che hanno prodotto determinate tendenze demografiche, delle quali riportiamo le principali:
Tasso di natalità
|
Comune |
2000 |
2001 |
2002 |
2003 |
2004 |
|
Bassano del Gr. |
0,90 |
1,03 |
1,03 |
0,99 |
0,96 |
|
Campolongo sul Br. |
1,33 |
1,19 |
0,60 |
0,82 |
1,18 |
|
Cismon del Gr. |
1,04 |
0,56 |
0,75 |
0,56 |
1,22 |
|
Pove del Gr. |
1,10 |
1,61 |
1,05 |
0,87 |
0,80 |
|
Romano d’Ezz. |
1,26 |
0,90 |
1,10 |
1,04 |
1,23 |
|
San Nazario |
0,88 |
0,92 |
0,73 |
1,14 |
0,81 |
|
Solagna |
1,26 |
1,69 |
1,19 |
0,66 |
1,19 |
|
Valstagna |
1,20 |
0,77 |
1,08 |
0,90 |
0,90 |
Tasso di mortalità
|
Comune |
2000 |
2001 |
2002 |
2003 |
2004 |
|
Bassano del Gr. |
0,98 |
1,01 |
0,96 |
1,04 |
0,94 |
|
Campolongo sul Br. |
1,19 |
0,84 |
0,12 |
0,47 |
1,18 |
|
Cismon del Gr. |
0,94 |
1,32 |
1,42 |
1,03 |
0,84 |
|
Pove del Gr. |
0,93 |
0,67 |
0,39 |
0,57 |
0,76 |
|
Romano d’Ezz. |
0,58 |
0,40 |
0,55 |
0,56 |
0,64 |
|
San Nazario |
1,05 |
0,61 |
1,06 |
1,03 |
0,76 |
|
Solagna |
0,88 |
1,26 |
0,74 |
0,99 |
1,08 |
|
Valstagna |
1,06 |
1,98 |
1,49 |
1,26 |
2,16 |
|
Comuni
|
Popolazione al 31.12.2003 |
Nati |
Morti |
Saldo naturale |
Immigrati |
Emigrati |
Saldo migratorio |
Popolazione al 31.12.2004 |
Popolazione montana al 31.12.2003 |
Popolazione montana al 31.12.2004 |
|
Bassano |
41.112 |
403 |
394 |
9 |
1.937 |
1.336 |
601 |
41.752 |
8.290 |
8.391 |
|
Campolongo |
845 |
10 |
10 |
0 |
28 |
32 |
-4 |
843 |
847 |
843 |
|
Cismon |
1.066 |
13 |
9 |
4 |
42 |
48 |
-6 |
1.064 |
1.066 |
1.064 |
|
Pove |
2.957 |
24 |
23 |
1 |
150 |
117 |
33 |
2.991 |
481 |
490 |
|
Romano |
14.285 |
177 |
92 |
85 |
543 |
569 |
-26 |
14.344 |
1.731 |
1.733 |
|
San Nazario |
1.830 |
15 |
14 |
1 |
88 |
88 |
0 |
1.830 |
1.830 |
1.830 |
|
Solagna |
1.810 |
22 |
20 |
2 |
83 |
53 |
30 |
1.842 |
1.810 |
1.842 |
|
Valstagna |
1.978 |
18 |
43 |
-25 |
98 |
64 |
34 |
1.989 |
1.978 |
1.989 |
|
Comunità Montana |
65.883 |
66.655 |
18.035 |
18.182 |
Cittadini stranieri
(al 31.12.2003)|
Comune |
totale |
% sui residenti |
|
Bassano del Gr. |
2572 |
6,3 |
|
Campolongo sul Br. |
59 |
7,0 |
|
Cismon del Gr. |
83 |
7,8 |
|
Pove del Gr. |
79 |
2,7 |
|
Romano d’Ezz. |
662 |
4,6 |
|
San Nazario |
252 |
13,8 |
|
Solagna |
156 |
8,6 |
|
Valstagna |
163 |
8,2 |
Indicatori sintetici per la Comunità montana del Brenta
(anno 2000)Variazione percentuale della popolazione 1991-2000: + 6,35
Densità di popolazione (abitanti per kmq): 344,3
Popolazione in età lavorativa: 68,4
Indice di vecchiaia (popolazione >65 anni su popolazione 0-14 anni): 1,18
Indice di dipendenza (popolazione 0-14 e >65 anni su popolazione 15-64 anni): 0,46
Indice di dipendenza anziani (popolazione >65 anni su popolazione 15-64 anni): 0,25
La valle percorsa dal fiume Brenta, nel suo tratto vicentino, per le particolari caratteristiche morfologiche assume la denominazione di "Canal di Brenta". Si tratta infatti di un solco vallivo ristretto tra versanti scoscesi ed in molti tratti rocciosi, che s'innalzano dai 100-200 agli oltre mille metri di quota dei monti coronanti i massicci dell'altopiano dei Sette Comuni e del Grappa. Tale morfologia condiziona in modo pesante le possibilità di sviluppo del territorio: mentre infatti i fianchi della valle sono pressoché completamente abitati ed incolti, nel fondovalle e sulle prime pendici si concentrano i nuclei abitativi, la viabilità (due strade ed una ferrovia), le attività economiche, le colture agrarie. Quando si consideri infine che la valle costituisce un importantissimo collegamento viario tra il nord Europa e la pianura veneta, si può facilmente comprendere quali problemi di gestione territoriale implichi il rendere compatibili le diverse esigenze di chi in valle abita, lavora e transita.
Ma oltre che dall'esiguo spazio a disposizione, la vivibilità dell'ambiente antropizzato della Valbrenta è pesantemente condizionata da situazioni oggettive e talvolta imprevedibili di pericolosità presenti in determinati ambiti: piene del Brenta, trasporti alluvionali dei torrenti, caduta di sassi dalle pareti rocciose.
DATI STATISTICI SUL TERRITORIO
|
Comune |
Superficie boscata ha |
Altitudine |
Densità popolazione |
||
|
centro |
min. |
max. |
|||
|
Bassano |
927 |
129 |
86 |
1272 |
865 |
|
Campolongo |
487 |
141 |
130 |
1270 |
86 |
|
Cismon |
1378 |
205 |
205 |
1775 |
31 |
|
Pove |
194 |
163 |
112 |
1451 |
291 |
|
Romano |
224 |
132 |
97 |
1115 |
651 |
|
San Nazario |
541 |
160 |
128 |
1520 |
79 |
|
Solagna |
309 |
131 |
131 |
1301 |
112 |
|
Valstagna |
1303 |
147 |
146 |
1281 |
76 |
|
Comunità Montana |
151 |
86 |
1775 |
|
|
|
Codice Istat |
Comune |
Superficie totale (ha) |
Superficie montana (ha) |
Territorio Montano % |
Quota media (m.s.l.m.) |
Pendenza media |
Superficie a quota superiore a 600 metri |
|
24012 |
Bassano |
4.701,29 |
2.536,00 |
53.94 |
297,29 |
0,17 |
18% |
|
24023 |
Campolongo |
974,68 |
974,68 |
100.00 |
716,24 |
0,52 |
63% |
|
24031 |
Cismon |
3.479,73 |
3.479,73 |
100.00 |
951,45 |
0,49 |
77% |
|
24081 |
Pove |
981,35 |
750,00 |
76.42 |
733,04 |
0,29 |
56% |
|
24086 |
Romano |
2.139,50 |
834,00 |
38.98 |
294,51 |
0,16 |
18% |
|
24093 |
San Nazario |
2.312,45 |
2.312,45 |
100.00 |
733,21 |
0,59 |
54% |
|
24101 |
Solagna |
1.586,61 |
1.586,61 |
100.00 |
865,60 |
0,43 |
68% |
|
24114 |
Valstagna |
2.559,95 |
2.559,95 |
100.00 |
743,00 |
0,54 |
60% |
|
|
CM Brenta |
|
|
|
|
|
GEOLOGIA E CARSISMO
Tutto il sistema Altopiano di Asiago - Valbrenta - Massiccio del Grappa risulta formato da rocce dolomitiche e calcaree.
A costituirne il basamento è la Dolomia, seguita dalle serie calcaree del Giurese. Nella zona collinare bassanese, dove gli strati geologici sono stati piegati e inclinati verso la pianura, si trova una rapida successione di rocce vulcanoclastiche e altre rocce laviche, facies di marne arenarie e brecce intervallate da strati di calcari compatti e stratificati.
La predominanza di litotipi carbonatici quali calcari marnosi e dolomie (molto sensibili all’aggressione dell’acqua) ha comportato una situazione in cui si registra l’assenza quasi totale di una circolazione idrica superficiale, sostituita da una complessa circolazione sotterranea carsica; si verifica così la non coincidenza fra la linea dello spartiacque superficiale e di quello sotterraneo, e quindi un’oggettiva difficoltà nel ricostruire il funzionamento del sistema idrico della valle.
Sul Monte Grappa e soprattutto sull’Altipiano di Asiago si possono identificare numerosi fenomeni carsici: doline, inghiottitoi, voragini che si sono sviluppate grazie all’azione dell’acqua sulle rocce di natura calcarea degli strati più alti.
Col passare del tempo, questa fratturazione si è notevolmente intensificata, rendendo possibile la discesa dell’acqua prima attraverso lo stesso strato calcareo superficiale, poi nella dolomia degli strati di roccia più bassi, fino a raggiungere i livelli idrici in corrispondenza del letto del fiume Brenta, dando così origine ad esempio alle grotte di Ponte Subiolo ed Oliero (versante dell’Altipiano di Asiago). Sono venute perciò a formarsi, in destra Brenta, delle vere e proprie gallerie interne al versante montano che, oltre a permettere il collegamento tra l’ormai estinta circolazione superficiale e quella sotterranea, nei periodi di forti precipitazioni costituiscono quelle che nelle centrali idroelettriche vengono definite come "condotte forzate". In effetti anch’esse, se pur in un diverso contesto, assolvono lo stesso compito: i grandi apporti d’acqua, sotto forma di precipitazioni che cadono sull’Altipiano di Asiago, vengono immediatamente percolati e incanalati in questo grande sistema di inghiottitoi, doline, camini e gallerie gravitazionali che occupa l’intera sezione del versante montano, fino a raggiungere in breve tempo la Brenta. Ed è proprio questa velocità a comportare i rischi maggiori: basta un forte temporale per registrare a valle, nelle varie sorgenti che costituiscono il terminale punto di scarico del sistema carsico (Oliero, Subiolo nei pressi di Valstagna, Sorgente Nassa e Stue nei pressi dell’abitato di Campese, tutte in destra Brenta) un consistente aumento della portata d’acqua in uno stretto lasso di tempo.
Il regime idraulico di queste sorgenti carsiche, caratterizzato da variazioni notevolissime di portata che si verificano in un ristretto periodo di tempo, evidenzia il forte rapporto sinergico presente nella valle tra il sistema carsico e quello delle acque.
Le sorgenti dell’Oliero. Sono le sorgenti carsiche più tipiche e conosciute della valle. Sono situate in prossimità della contrada di Oliero, circa due chilometri a valle dell’abitato di Valstagna. Le acque, dopo essere scese lungo il versante dell’Altopiano di Asiago, fuoriescono da due ampie grotte aperte nella dolomia. Da esse ha inizio il torrente Oliero, che si versa nella Brenta dopo un percorso di circa 350 m. Le due cavità, denominate "Covol dei Siori" e "Covol dei Veci", attirano l’attenzione di molti appassionati di speleologia e molti turisti.
Le sorgenti di Ponte Subiolo. Situata circa 1,5 km a Nord di Valstagna, questa sorgente alimenta un laghetto carsico mediante un condotto a sifone rovescio che si apre sul fondo dello stesso, e dal quale, nelle fasi di piena, l’acqua fuoriesce con notevole pressione. Dallo specchio d’acqua ha inizio il torrente Subiolo che, dopo un breve percorso, incassato tra bancate di dolomia, si getta in Brenta.
In sinistra Brenta troviamo due grosse sorgenti: i Fontanazzi di Cismon, sorgente utilizzata dall'acquedotto "Bonaguro" per rifornire di acqua potabile tutto il comprensorio bassanese, ed i Fontanazzi di Solagna. Nella parte alta del massiccio del Grappa esistono due piccole sorgenti che emergono in corrispondenza dell'affioramento dello strato impermeabile del Rosso Ammonitico al Pertuso e in Val dea Giara.
IDROGRAFIA
Il fiume Brenta ha origine dai laghi di Caldonazzo e di Levico, nel Trentino orientale. Il suo bacino, alla sezione di chiusura di Bassano, è di 911 kmq, mentre quello del suo principale affluente, il Cismon, è di 567 kmq, per un totale di 1584 kmq.
Per quel che riguarda il reticolo idrografico dell’impluvio della Brenta, che insiste sul territorio dell’omonima valle, esso è appartenente al bacino idrografico Brenta – Bacchiglione (dalla delimitazione secondo il D.P.C.M. del 22/12/1977). Allo stesso tempo, al suo interno si possono identificare tre unità idrografiche (strettamente legate al regime idraulico della valle), ognuna delle quali si suddivide a sua volta in ulteriori sottobacini. L’intero schema di sviluppo può essere così rappresentato:
|
BACINO IDROGRAFICO BRENTA-BACCHIGLIONE |
||
|
Reticolo idrografico dell’impluvio del Canale del Brenta |
||
|
Unità idrografica FIUME BRENTA |
Unità idrografica TORRENTE CISMON |
Unità idrografica VALLE S. FELICITA |
|
Sottobacini COL DEI BARC MONTE LISSER TORRENTE VAL GADENA MONTE CASTELLARO TORRENTE VAL GOCCIA COL CAPRILE TORRENTE VAL FRENZELA MONTE BALDO COL RANIERI TORRENTE LONGHELLA |
Sottobacini VAL DEI MULINI MONTE TOL MONTE AVENA VAL SERANA VAL FONTANA VAL NEVERA VAL CARAZZAGNO VAL DEL CORLO |
Sottobacini CAMPIGOLI VALLE D’ORO VALLE DEI LEBI COL DEL GALLO FOSSA CASATA |
A caratterizzare il reticolo idrografico della Valbrenta sono:
Da questi quattro elementi si può dedurre che l’intero sistema idraulico dipende da apporti che sono sì soprattutto esterni alla stretta morfologia valliva che caratterizza questo tratto della Brenta, ma che allo stesso tempo sono strettamente tra loro collegati. Ed è questo apparente distacco, assieme ai fenomeni legati al carsismo, che rendono il regime idrico della Valbrenta difficile da controllare e modellizzare e, allo stesso tempo, lo rendono molto sensibile ai rischi alluvione e dissesto idrogeologico.
Se il fiume, nel suo tratto montano, non ha subito pesanti modificazioni nel corso, lo stesso non si può affermare per i prelievi e le derivazioni idriche: in poco più di mezzo secolo, dai primi anni del ‘900 agli anni ’60, ventidue utilizzazioni idroelettriche sono state costruite nell’intero bacino del Brenta. Nel Canale del Brenta, tra centrali idroelettriche e canali di irrigazione si contano cinque punti di prelievo.