Monastero di S. Croce
Il complesso comprende la Chiesa e il Monastero della Invenzione della S.Croce e sorge nella parte meridionale del territorio campesano. Un tempo un muro di cinta, di cui rimangono delle parti, circondava gli edifici con giardini e i broli. Ciò che rimane degli antichi edifici è articolato attorno al quadrato del chiostro: la chiesa monastica a nord, quello che rimane della sala capitolare e della sacrestia con soprastanti dormitori e soffitta ad est, le cucine, un piccolo refettorio e i piani superiori uso abitazione a sud, le cantine occupate in parte dal Battistero ad ovest. Interessante un caminetto in marmo rosso con scolpiti gli emblemi del Monastero (croce e bastone pastorale) posto nel refettorio. A nord è stato costruito un campanile. L’area del sagrato conserva ancora la parte cimiteriale. Interventi di ristrutturazione e restauri furono eseguiti intorno al 1500, al 1880 e al 1950.
La chiesa conserva parte dell’architettura originale e presenta parecchi importanti affreschi: una fascia di cm. 80 di altezza corre sotto le capriate e lungo tutto il perimetro (1495) di buona fattura, Cristo Crocefisso con orante (1517) attribuito a Francesco Da Ponte, Pala dei Santi fondatori della bottega dei Da Ponte, Pala dell’altar maggiore della Deposizione della Croce di C.Pasqualotto (1735). Interessante il fonte battesimale proveniente dalla Chiesa di S.Martino, utilizzato come acquasantiera, splendida opera in marmo rosso del sec. XII. Nella cappellina, al lato dell’Evangelo, c’è il Sepolcro di Teofilo Folengo con il celebre monumento funebre.
Il Monastero fu per molti secoli il più importante centro religioso, culturale ed economico del Canale del Brenta. Fu il Monastero degli Ezzelini e di Teofilo Folengo. Fu fondato da Ponzio di Melgueil, ex Abbate di Cluny nel 1124. Ebbe diverse donazioni, anche un mulino, da parte di Ezzelino il Monaco che, nel 1202, investe il Priore Vitaclino di molti beni in Angarano e Foza; il contratto avvenne alla chiesa di S.Giorgio. Più tardi, nel 1221, donerà pure la chiesa di S.Spirito di Oliero. Dalla fine del ‘700 nel Monastero non vi furono più monaci.
Nell'area circostante, durante lavori di restauro (1989) furono rinvenute due tombe, probabilmente medioevali (1124 ?); potrebbe trattarsi delle tombe dei "patroni" del Monastero, in particolare degli Ezzelini che le cronache dicono, tranne il primo e l’ultimo, vi avessero sepolcro. Fu trovato anche del materiale disperso: un embrice di età romana, monete imperiali e una matrice in pietra per fusione di fibule.
Pieve di S. Martino
E’ la pieve storica della destra Brenta e di Cismon. Sorge su una piccola conoide ai piedi della valle "de S.Martin", a occidente del paese. Una scalinata in pietra porta all’attuale sagrato sostenuto e recintato da un muro in pietra e frammenti di laterizi, che le fanno assumere l’aspetto di una chiesa fortificata. Sul lato della chiesa che guarda il paese sono presenti dei pregevoli affreschi. E’ composta di una serie di vani giustapposti fra loro e testimonia una crescita edilizia che va dai primi decenni del 1000 alla fine ‘800. La chiesa risale ad epoca longobarda ed è collocata su un più antico luogo di culto. Nella tradizione è l’antico luogo dove "si portavano i morti". Il recinto di S.Martino era il posto della necropoli e c’era una strada dei morti che vi saliva partendo dai prati sottostanti. Durante i lavori di restauro del 1996, sotto il pavimento in cemento costruito nel 1901, venne in luce un pavimento sottostante in battuto di calce che poggia su una massicciata di pietre non squadrate. Sotto quest’ultimo emersero 3 tombe ad inumazione cui erano associati frammenti di tegoloni di era romana, simili a quelli trovati vicino alla villa Bianchi-Michiel e alla chiesa di S.Giorgio. Insieme c’erano altre 2 tombe caratterizzate da una grande lastra di copertura poggiante su dei muretti. Dagli indizi è dato pensare che il sepolcreto sia esteso anche sotto l’attuale chiesa. La chiesa conserva parte dell’originale architettura longobarda. Di interessante c’era una pala di Girolamo Da Ponte raffigurante S.Martino e S.Lucia, ora al Museo di Bassano, acquasantiere tardo romaniche, altare di S.Rocco del Fusaro di Pove. Nella facciata esterna il restauro ha portato alla luce un meraviglioso parato a fresco attribuibile a Girolamo Da Ponte, raffigurante la salita di Cristo al Calvario e, frammentaria, la Resurrezione.
S. Martino Mezzacosta
Su un piccolo pianoro di mezzacosta, sulla destra orografica della valle di S.Martin, é stato ritrovato un complesso di ruderi con muri di fondazione in pietra a secco di pianta rettangolare, di mt. 7x5,30. Potrebbe riproporre la tipologia già riscontrata in valle che consiste in un sepolcreto in fondo valle e, sulla costa sovrastante, una installazione difensiva o culturale. Lungo il sentiero di collegamento si trova la "pietra con le impronte di S.Martino e il suo cavallo".
Casa dei Camoi o Castelvecchio
Secondo la tradizione è la più vecchia casa del paese e si ritiene dotata di sotterranei, le famose gallerie, che la collegherebbero a S.Martino e al Monastero di S.Croce, delle quali però non si è mai trovata traccia. Si narra sia appartenuta a Ezzelino il Tiranno: dovrebbe trattarsi, viste le caratteristiche dell’edificio, della "residenza di caccia" nominata dal Rolandino e dal Malvezzi quando riportano il sogno che Ezzelino III avrebbe fatto prima della battaglia di Cassano d’Adda.
Si presenta come un robusto mastio, adatto agli usi civili, mozzato della parte superiore, forse intorno al 1490, quando nella terraferma veneta le case fortificate vennero smantellate. E’ addossata al monte. La facciata presenta un portale ogivale decorato in cotto; gli angoli sono irrobustiti da grosse pietre in arenaria, come quelle usate come pietre angolari al Monastero di S.Croce. nella parte superiore si vedono le buche pontaie. Questa casa fortificata era sul lato NO di una corte cintata con muro cui si accedeva da un cancello posto presso la casa torre.
Sono stati trovati sporadici materiali: un piccolo pane di piombo, un piccolo basamento in bronzo di una lucerna, un rivestimento in ottone di un calcio di pistola di epoca rinascimentale.
Filanda e complesso Damiani
L’insieme di installazioni e di edifici sorge sulla sponda della sorgente Rea ai piedi del monte e si estende fino al nucleo antico del paese. La storia di questo importante edificio dell’archeologia industriale della valle, di proprietà dei Caffo, inizia il 2/2/1711; passerà diversi proprietari tra cui la famiglia Tommasoni. Una presa costruita nei primi anni ‘900 porta l’acqua a una canaletta in pietra costruita intorno al 1717 che alimentava la filanda e il filatoio. Il complesso era costituito inizialmente da un filatoio (abbattuto nel 1983) e da una casa padronale cui vennero poi affiancati degli annessi rustici. La proprietà si estendeva anche ai giardini e alle corti, a gran parte del vasto brolo verso il monte e al castel vecchio, detta "Casa de Camoi". Nel 1882 verrà costruita la filanda, caratterizzata dalla grande ciminiera in mattoni sormontata da un parafulmine, che cesserà l’attività nel 1912. L’attività durò con fasi alterne fino al 1948 quando l’edificio industriale più antico fu ceduto alla Conceria Giolai e trasformato in conceria e locali per la lavorazione della pelle.
Filatoio di seta. Il filatoio di seta alla bolognese è stato demolito negli ultimi anni ’70. Al suo posto è stata costruita una unità residenziale sulla stessa pianta e con la stessa volumetria alterando però il prospetto caratterizzato da lunghe file di finestre per l’areazione.
Casa padronale. E’ a pianta rettangolare e si articola su un piano terreno, un piano nobile e una soffitta sormontata da una torre con terrazza e scala di accesso esterna. La facciata che guarda il cortile è in marmorino con la porta principale con arco a tutto sesto. Le cornici delle finestre e delle porte sono in pietra.
Filanda. E’ un lungo edificio affiancato alla casa padronale. Ha un piano terreno con portici, in parte chiusi, con pilastri e architravi. Il piano superiore è costituito da un grande essicatoio con una fila di ampi finestroni usato prima per la filanda, poi per il tabacco.
Edificio per "spaccio birra". Cessata l’attività della filanda viene installata una fabbrica di birra e ghiaccio con relativa sala per vendita di birra. Quest’ultima, nel 1926, diviene l’attuale edificio in stile eclettico con cortile chiuso da un pregevole cancello in ferro battuto.
Mulino e Casa del Munaro
L’edificio sorge sul fondo valle tra il corso del piccolo torrente Rea e la roggia da questo derivata. E’ composto dal mulino vero e proprio posto sulla roggia, dalla casa di abitazione (posteriore al mulino), da granai e annessi rustici. L’insieme di queste costruzioni, di altezza diversa e con piani sfalsati tra loro, costituisce tuttavia un insieme organico e funzionale. Le murature sono in pietra, in parte ricoperte da intonaco liscio. La grande soffitta del mulino è caratterizzata da un pilastro centrale che supporta le travi del tetto. All’ultimo piano un poggiolo in legno, elemento caratteristico dell’architettura valliva, serviva per l’essicazione del tabacco. Ad est c’era la roggia con il salto idraulico e il luogo delle ruote. La ruota idraulica verticale ebbe una funzione importante nella tecnologia paleoindustriale. C’erano due tipi di ruota: una alimentata da sotto a palette, l’altra alimentata da sopra a cassette. Il mulino aveva questo secondo tipo che richiedeva la costruzione di una diga o presa d’acqua, di un canale per creare un dislivello e il salto d’acqua da 3 a 12 metri; la potenza ricavata era di 5-7 CV, più del doppio della ruota a palette. All’interno esistono ancora i meccanismi del vecchio mulino. Attorno al cortile ci sono altri edifici di epoca posteriore, pertinenti alle cessate attività del mulino.
Complesso ex Finco
Il complesso è posto alla confluenza tra la Rea e il Brenta. Si trova su un tratto pianeggiante di fondo valle dove il fiume lambisce la montagna. Gli edifici sono posti lungo l’asta della Rea e a cavallo della roggia derivata a monte del mulino. La casa padronale e gli uffici sono posti trasversalmente tra lo stabilimento e il Brenta. E’ un insieme di costruzioni fatte in epoche diverse e con varie tipologie. Su tutti gli edifici spicca il fabbricato della conceria articolato su tre piani con grandi finestre e, all’interno, due grandi locali per la lavorazione delle pelli. La casa padronale presenta un prospetto sobrio ed elegante caratterizzato da file regolari di finestre ed ha un piccolo giardino ora in abbandono. Sulla sua facciata c’è l’emblema della Croce rossa, fatto nella guerra 15-18, quando vi era un ospedale militare. Sul cortile-giardino abbiamo il prospetto del vecchio filatoio con file di finestre sagomate con conci di mattoni a vista e muratura in pietra e mattoni. Sopra il vecchio passaggio della via comunale, ora portone, c’è una piccola edicola.
Nel 1813 il complesso comprendeva: casa ad uso di cartiera, casa con filatoio da seta, edificio da seta, canale d’acqua, casa con mulino da grano con 3 ruote e filatoi da seta. Nel 1875 la cartiera è trasformata in "edificio per concia pelli" e altri edifici cambiano utilizzo. Nel 1921 la proprietà passa alla famiglia Finco fino al 1962 quando cessa l’attività.
Il complesso come si presenta ora è il risultato di quanto è avvenuto lungo i secoli dal 1300 ai nostri giorni.
Filatoio Bortolo Venzo
L’edificio sorgeva sulla riva del Brenta e poggiava in parte su un masso di roccia. A monte una ripida discesa porta ad un guado del fiume. Esiste ancora una vecchia muratura che sosteneva i meccanismi collegati alle ruote idrauliche. L’area dell’edificio è ora occupata dal prato prospiciente la casa padronale. Il filatoio, un edificio da orsoglio alla bolognese, venne costruito nel 1700 creando problemi per essere posto piuttosto in alto rispetto al Brenta. Lo "scoglio o sasso naturale in Brenta" crea un gorgo nella corrente d’acqua. Il progetto prevedeva di installarvi una ruota a cassette che mossa dalla corrente permetteva di sollevare l’acqua fino al canale artificiale dove metteva in moto le ruote che facevano poi funzionale l’opificio; l’acqua dopo un brevissimo percorso sarebbe poi stata restituita al fiume. Prima di dare il permesso alla costruzione il Magistrato delle acque mandò un ingegnere a controllare la cosa. Per capire come le acque fossero preziose basti pensare alle numerosissime installazioni che utilizzavano l’acqua del Brenta e alle relative prese che attraversavano il corso del fiume. C’era il pericolo che potessero intralciare o non permettere il transito delle zattere e del legname, specialmente nei periodi di magra. Erano necessari degli accordi tra gli interessi contrapposti degli "zattieri" e i concessionari delle prese d’acqua. Il fiume è fonte di vita e di energia e, nel caso del Canale di Brenta, era per eccellenza l’asse dell’economia produttiva e dei trasporti.
Questo particolare "edifizio" avrà vita breve perché già nel 1812 compare come casa diroccata, travolto non solo dalle piene del fiume ma anche dagli eventi politici, sociali ed economici che sconvolgeranno gli anni tra il 1700 e 1800.
Altri opifici
Nella zona, tra il 1400 e il 1910 circa, sono sorti diversi altri opifici di diversa natura, anche di notevole importanza, e dalla Rea c’erano numerose "poste" per altri mulini, officina di fabbro con maglio e "mola da aguzzare", filatoi, "sega", "follo" da panni che serviva per ridurre gli stracci in poltiglia che era la materia prima per fabbricare la carta, alcune "cartare". Nel 1574 il Monastero di S.Croce acquista per ben 250 ducati alcuni opifici (area ex Finco); erano pregiati perché erano in muratura e coperti in laterizio. Questo significa che all’epoca in genere la copertura era di paglia o di fascine come i "Fojaroi". Nel 1739 i Remondini prendono possesso di tutti gli opifici che il Monastero di S.Croce dovette vendere nel 1659 per grave dissesto finanziario; erano già in possesso della grande cartiera Tiepolo e quella di Cappello, ambedue sull’Oliero. Purtroppo si arriva alla caduta della Repubblica di Venezia e alle guerre napoleoniche e viene a mancare quel sistema di privilegi e immunità che avevano permesso alla precaria economia della valle di prosperare. Nel 1910 B.Menegotto avvia una fiorente attività considerato che era rimasto l’ultimo mugnaio di tutto il Canale di Brenta.
Terminazioni tra Angarano e Campese
Il luogo posto tra Angarano e i territori del Monastero di S.Croce di Campese è stato interessato attraverso i secoli da una confinazione di cui restano i termini in pietra e la linea di confine ancora segnata per lunghi tratti da lastroni verticali di pietra e, sul crinale della campesana, da un piccolo vallo. Questi cippi sono numerosi sul Caina-Palazzon per la tortuosità del confine: presentano la croce gromatica (usata nell’agrimensura), le sigle dei comuni e date. La serie dei cippi porta, partendo dal Caina, detta proprio per questo Croce Caina, alla pietra di Vallerana e, dall’altra parte, a quella presso il Vallison. Il masso che segna il confine in Vallerana è senz’altro una testimonianza storica importante perché riguarda un confine stabilito dopo lunghe liti, spesso sanguinose e perché porta iscrizioni interessanti. Sulla pietra è scolpito il leone di S.Marco, una grande croce del Monastero di S.Croce, una data: "MDLXXXIII A DI VI OTOBRIO" (1584 giorno 6 ottobre). Nel catasto napoleonico è chiamato termine della grotta.
"Palazzon" sul Caina
Si trova a ridosso del crinale del Caina, su una piccola sella alla testata della valle detta da drio raggiungibile per il sentiero masarozzo e della bocchetta o per l’impervio trodo delle ghibbie . Si tratta di un’architettura singolare, diversa per dimensioni e collocazione da tutte le altre costruzioni della zona. Dal "Palazzon" si può scendere alla valle del Silan e Valrovina a sud e a Campolongo a nord, aggirando Campese con le sue due chiuse sul Brenta e quindi gli sbarramenti difensivi di fondo valle.
L’edificio principale aveva una pianta rettangolare di mt. 14x28 (riconoscibile dai resti), ridotta ora a mt. 6x21 come risulta attestato già nel 1813. Presenta a piano terra un vano d’entrata cui si accede da due grandi portoni ad arco e, a destra e a sinistra si trovano due stalle. Il piano superiore è una grande tezza per fieno. Il solaio tra i due piani è costituito da una grande volta a botte in pietra, sostenuta nel mezzo da colonne monolitiche a capitelli dorici. All’esterno si trovano due grandi pozzi con serbatoio a cupola in pietra e una pozza abbeveratoio. Gli elementi architettonici fanno ritenere la costruzione del 1500 circa, ma l’impianto potrebbe essere più antico. Che il luogo fosse abitato e interessato all’allevamento del bestiame risulta da documenti di compravendita del 1390 in cui si parla di terra prativa e di un maso. Nel 1800 i proprietari erano i Cornaro, che dimostra l’interesse economico che le grandi famiglie veneziane e bassanesi avevano per il posto. Il "Palazzon" era certamente un punto di riferimento per il territorio circostante.