Rinchiusa,
quasi schiacciata tra due massicci montuosi, la valle del Brenta
può forse dare un certo senso di timore a chi si trovi
per la prima volta in uno dei tanti borghi allungati sulle sponde
del fiume, ai piedi di quelle pareti che incombono minacciose,
ergendosi per centinaia di metri fino ai boschi e ai pascoli del
Grappa e dell'altopiano dei Sette Comuni. Eppure anche in questo
ambiente apparentemente così ostile l'uomo ha trovato il
modo di vivere ed i mezzi con cui sussistere: fu inizialmente
la "menada" dei tronchi, che dall'Altopiano e dal Grappa
venivano trasportati fino al Brenta e di qui fluitati in zattere
a Padova e Venezia, a costituire l'unica fonte di reddito. Di
questa attività i segni sono ancora evidenti un po' dovunque;
caratteristica è, a Valstagna, la "Calà del
Sasso", costruita nel 1398 sotto la signoria di Gian Galeazzo
Visconti: una lunghissima scalinata scavata nella roccia, che
supera ben 700 metri di dislivello con 4.444 gradini di pietra,
fiancheggiati da una canaletta selciata per la quale venivano
divallati i tronchi. Qualche secolo più tardi, l'introduzione
della coltura del tabacco mutò radicalmente l'economia
ed il volto stesso della valle: il paesaggio venne infatti modellato
dalla mano dell'uomo per adattarsi all'espandersi della coltivazione,
trasformando le ripide pendici dei monti in quelle grandiose scalinate
che sono i terrazzamenti. Naturale via di transito fra Venezia
e Trento, la valle del Brenta fu presidiata fin dall'epoca romana
da numerosi "castella", al fine di controllare i traffici
commerciali e contrastare il passo agli eserciti germanici che
spesso per questa via tentarono di scendere nella pianura veneta.
Tali fortilizi furono costruiti nei punti strategici, dove la
valle si restringe quasi a non voler lasciar passare altri che
il Brenta: unica rimasta, tra Cismon e Primolano, è la
fortezza dei Covolo Butistone, ricavata in un enorme caverna internantesi
in una roccia a strapiombo sulla strada. Un capitano delle milizie
venete del '600, il Caldogno, ne fa un'accurata descrizione, spiegando
che essa è "in un monte di vivo sasso, molto alto
e diritto, quasi come tagliato a piombo alla via soprastante,
nella parete superiore del quale, nel sasso stesso una spelonca,
che v'era con una fonte di bell'acqua dalla natura fatta, gli
uomini anticamente rassettarono, e fecero una rocchetta alla quale
ire a piè non si può, ma per fune giù mandata
con una soggetta di legno da su starvi gli uomini ad uno ad uno
per forza di una ruota che quei della rocchetta rivolgono, sono
su collocano e tutte quelle cose che vi si hanno da portare in
quel modo sono levate, e da esse portate bisogna che siano".
Ben sedici erano i locali ricavati nello speco: depositi di armi
e munizioni, stanze per la truppa, il capitano ed il cappellano,
una piccola chiesa dedicata a San Giovanni Battista e le prigioni;
poteva ospitare, con le relative artiglierie, fino a 500 uomini.
Per la difesa dei confini con il vicino impero germanico non si
poteva comunque contare esclusivamente sulle deboli guarnigioni
presenti in valle: ed ecco pertanto la cura che i dominanti ponevano
nell'accaparrarsi e mantenere la fedeltà di quei rudi valligiani,
rotti ad ogni disagio della vita sui monti, che, come afferma
il Tassoni descrivendo le milizie di Ezzelino il Tiranno:
"Con occhi stralunati e cere brutte Armati di balestre, ronchi
e scale,
Pareano nati apposta per far male".
Fu soprattutto sotto il dominio della Serenissima che "li
huomeni di Valstagna" compirono epiche gesta per contrastare
la discesa dell'imperatore Massimiliano 1, nel corso della guerra
contro la lega dì Cambrai.
Celebre è rimasto l'episodio in cui i valligiani, rotolando
sassi dalla montagna, sgominarono l'esercito del capitano di ventura
Calepino in marcia contro Bassano; incontrato il podestà
che, ignaro del fatto, stava risalendo la valle ad impedirgli
il passo, questi " ... vedè M. Christoffano Calapin
preson, e ghe disse el Mag. Podestà a M. Christoffano Calapin
capitanio: volevi vegnir a scazarne da Bassan, ma ti si remagnù
preson; et Mag. Christofanno Calapin rispose.Magnif. Podestà
l'haveria anche fatto, sel no fosse stato li huomeni de Valstagna,
che hanno rovinà mi, e la mia sente; et el Mag. Podestà
le disse: non sapete che li nostri de Valstagna tutti son fidelli
di San Marco, et stati sempre mai, et viva San Marco".
A ricompensa di questa fedeltà Venezia concesse ai "canaloti"
numerosi privilegi: sulla piazza di Valstagna il leone di San
Marco con la spada in pugno (il "Leon de guera") tiene
la zampa sul libro chiuso, a significare che nessuna tassa era
dovuta ai governanti. 
Brenta, terrazzamenti e pareti rocciose: questo è l'ambiente
naturale ed umano della nostra valle. Il Brenta innanzitutto,
che con la sua fresca corrente mitiga la calura estiva e rende
piacevole il passeggiare (per "ciapar i freschi", come
dicono qui) lungo le riviere in cui le case si affacciano sulle
acque a specchiare la loro colorata bellezza, così voluta
dai secenteschi signorotti della capitale, che qui commerciavano
legname, a ricordare forse la loro Venezia lontana. 
Ma anche sotto il solleone le numerose spiaggette
appartate lungo il corso del fiume suppliscono a ben più
lontani lidi, mentre i ragazzi trovano nei grossi massi che fendono
la corrente dei fiume ideali trampolini di lancio per i loro tuffi.
Le canoe poi, qui sono di casa: le caratteristiche del fiume,
a tratti calmo, a tratti spumeggiante nel rapido vorticare delle
acque ristrette tra le sponde rocciose, sono ideali per la pratica
di questo sport; esso tocca il suo momento di gloria nel periodo
estivo, quando numerose sono le gare, anche a livello internazionale,
che si susseguono nella "palestra" di Valstagna. 
La più famosa, e atipica, tra queste
è però il palio delle zattere: nell'ultima domenica
di luglio le varie contrade del paese si sfidano, in una travolgente
corsa tra le onde, sulle zattere di tronchi che i loro avi usarono
quale strumento di lavoro quotidiano. 
Ma la dote per la quale il fiume è più giustamente famoso è la sua pescosità: già nel '700 il Dal Pozzo ci assicura che "le acque del Brenta producono molte sorta di pesci non ignobili, quali sono trote le più squisite, le quali hanno la carne di color giallognolo o rossiccio, temoli, poco inferiori alle trote, squali, barbi, anguille, luzzi, tinche, lamprede, ghiozzi, volgarmente detti marsoni, gamberi ed altri pesciolini". La presenza della lontra, che vive solo nei fiumi assolutamente puri, ci conferma che qui troviamo le "chiare, fresche, dolci acque" cantate dal poeta.


Pochi, ma straordinari, sono gli affluenti
dei Brenta: il Cismon che, prima di gettarsi nel fiume, trattenuto
da un'altissima diga forma il delizioso lago del Corlo; il Subiolo,
che emerge ribollendo da un sifone sotterraneo; il Frenzela, che
va a gettarsi quasi in piazza a Valstagna formando la spettacolare
cascata dei calieroni, così chiamata dalle grosse "marmitte"
scavate in ognuno dei suoi precipiti salti; infine l'Oliero, sfociante
alla luce attraverso le famosissime grotte da chissà quali
incogniti percorsi sotterranei. 
" ... Più in alto una rampa di nude rocce si alza
fino alle nubi, e la neve si stende sulle sommità come
un mantello" scrive la Sand, ed è veramente impressionante
osservare le altissime pareti dolomitiche, scavate in torri, spezzate
in esili guglie, incise da profondi valloni dall'incessante lavorìo
del gelo e delle acque, levarsi al margine dei coltivi, appena
sopra le ultime contrade, per raggiungere d'un sol balzo i pascoli
delle alture e morirvi in dolci declivi e placidi maggenghi.

Su di esse, praticabili anche d'inverno
per la quota modesta a cui si sviluppano, compiono i loro severi
allenamenti, preludio a più ardue imprese dolomitiche,
gli alpinisti, la cui passione il Garobbio così canta:
" ... Così quegli orridi dirupi, già dimora
di maghi e di streghe, s'ammantano di altri incantesimi, diventando
agone solare di una gioventù coraggiosa e disperatamente
innamorata della vita, decisa a spendere in un'ora quel coraggio
che altri non impiega in un'intera esistenza, per godere in un'ora
quella gioia selvaggia che altri non prova nell'esistenza intera".
Tra il Brenta e le pareti, domìni dell'azione creatrice
della natura, si incunea il paesaggio modellato dalla mano dell'uomo:
quasi ovunque i ripidi declivi sono stati domati, ridotti in minuscole
strisce di terreno pianeggiante, i terrazzamenti, in cui un tempo
veniva coltivata la principale risorsa economica della valle:
il tabacco. 
Nel 1502 il segretario ducale Alvise de Piero scriveva, in una
sua relazione al Consiglio dei Dieci, non esservi nel Canal di
Brenta "alcun palmo di terreno".
Ma da tre secoli, avverte nell'800 il Brentari, i bravi valligiani
lavorano per trasformare le nude rocce in campi preziosi, fino
a coltivarvi venti milioni di piante di tabacco ogni anno:"
... è veramente mirabile l'arte e la perseveranza con cui
quei valligiani seppero, con fatiche inapprezzabili e impagabili,
ridurre a coltura alcuni tratti dei ripidi declivi della montagna,
cambiando questa in grandiose scalee, i cui scaglioni, impedenti
uno sull'altro, sono piccoli campicelli sostenuti dalla roccia
e da muriccioli, e creati, ingrassati, adacquati, con terra, concime
ed acqua portati lassù a schiena d'uomo! ".
Considerando come essi furono realizzati, possiamo renderci conto
di quante fatiche e sudori sia intrisa la loro terra: si iniziava
con l'asportare dal pendìo lo strato di terreno superficiale,
fertile e ricco di bumus, e lo si accumulava da un lato; con le
leve si toglievano i sassi dallo strato roccioso sottostante:
i più grossi venivano poi squadrati e sovrapposti a formare
il muro esterno, la "masiera", mentre i più piccoli
erano sistemati all'interno a riempimento, alla fine si riportava
al di sopra dei ripiano così formato lo strato di terreno
lavorabile.
I vari terrazzi erano poi collegati tra loro da ripidi sentieri,
scalette di pietra e strettissime sporgenze ricavate nel mezzo
dei muraglioni, chiamate "resalti".

Anche le case che, costruite sulle masiere, ne sembrano quasi
un prolungamento, sono state realizzate per assolvere ad una ben
precisa funzione nell'ambito di questa particolare economia agricola:
strettissime ed allungate lungo le curve di livello come i terrazzi
a cui si appoggiano, sono molto sviluppate in altezza per risparmiare
il prezioso terreno; le finestre sono presenti in gran numero
per un'ottimale circolazione dell'aria ai piani superiori dove
avveniva l'essiccazione del tabacco; nel seminterrato, sotto i
locali di abitazione, si trova la stalla, con il caratteristico
soffitto a volta, così strutturato per meglio scaricare
sulle fondamenta il peso della sovrastante costruzione. Tipica
al proposito è contrada Giaconi, ben visibile a chi sale
da Valstagna lungo i primi tornanti della strada per Foza, simile
quasi nella forma ad una fortezza sostenuta da un'altissima torre
sul dirupo al quale si affaccia. 
Paesaggi naturali ed umani dicevano all'inizio, ma che non si
lasciano scoprire da chiunque: è necessario prima mettersi
in sintonia con lo spirito di questa natura aspra e forte, con
il sentire di quegli uomini che nel passato la piegarono senza
violenza; capire l'antica miseria che li spinse a trovar sostentamento
in queste terre strette tra un fiume selvaggio ed i monti a strapiombo;
conoscere la vita tra i boschi e i pascoli in cui il montanaro
entra quasi con rispetto, pochi mesi all'anno, per poi tornare
alle case disposte come i grani di un rosario lungo il corso del
Brenta, giù, in fondo alla valle; scoprire con amore quei
campicelli di magro terreno strappati alla roccia e che da roccia
in enormi blocchi sono sostenuti, quelle antiche mulattiere colleganti
il monte alla valle, testimonianza di fatiche giornaliere nel
trasporto dei tronchi.
Forse bisognerà ritrovare dentro di noi il gusto delle
piccole cose, tanto piccole ma tanto grandi perché sono
solo nostre: "... il mormorìo del Brenta, un ultimo
sussurro del vento tra le foglie, le gocce di pioggia che si staccano
dai rami e cadono sulle pietre con un lieve brusìo che
tanto somiglia a quello di un bacio, un non so che di triste e
di tenero è sospeso nell'aria e sospira tra le piante ...
"
L'ITINERARIO
Le due strade che percorrono la valle del Brenta, la statale sulla
sponda sinistra e la "Campesana" seguita dalla comunale
"Valgadena" sulla destra, ci consentono un itinerario
circolare che, partendo da Bassano, tocca tutti i paesi dei canale.

Presa dunque la strada per Trento e lasciatici alle spalle i primi
rilievi pedemontani, in un'amena conca le cui pendici digradano
dolcemente verso il Brenta troviamo Solagna: fu questo il primo
sito abitato della valle e da esso partirono i coloni a fondare
gli altri piccoli borghi posti più a nord; la presenza
di una pieve vi è poi documentata fin dal decimo secolo.
A Solagna sorgeva un castello degli Ezzelini ed erano fortificate
le montagne che chiudono l'accesso alla pianura; unico ricordo
della dinastia rimane la lapide tombale di Ezzelino il monaco,
murata sulla parete esterna della chiesa.
Una breve e remunerativa escursione potrà condurci alla
chiesetta di San Giorgio, posta sul colle che sovrasta il paese;
fondata, secondo la leggenda, da Arrigo Il° il santo durante
la sua discesa in Italia nel 1004, è ora sede di iniziative
culturali e ricreative; notevole il panorama che da essa si gode
sulla valle sottostante. 

Il successivo paese di San Nazario sorge ai piedi delle precipiti
pareti rocciose che scendono dai Colli Alti. Alta sopra il borgo,
la prominenza di "Pian Castel" fu anticamente sede di
un "castrum" romano da cui si poteva agevolmente controllare
il fondovalle. 
Nel suo alternarsi di boschi, praterie xerofile e affioramenti
rocciosi, la montagna qui si caratterizza per un'estrema varietà
vegetazionale ed una ricchezza floristica notevole che ne hanno
indotto il riconoscimento regionale come "area di interesse
naturalistico".
Agli amanti della natura proponiamo la bella passeggiata che,
partendo appena a nord dell'abitato (Valduga), in circa un'ora
guida a visitare questi ambienti di estremo interesse, alla scoperta
di endemismi e fioriture tanto belle quanto rare.
Ancora alcuni chilometri ed eccoci a Carpanè: come la frontista
Valstagna, era anch'esso un importante stazio per il legname.

Sulla riva dei Brenta l'ex impianto idroelettrico,
con la sua struttura imitante un antico castello, costituisce
un bell'esempio dell'architettura industriale dei secolo scorso;
nell'adiacente piazzetta il secentesco palazzo Guarnieri è
ora sede della Comunità montana del Brenta. Sul retro,
l'ex filanda Guarnieri ospita il museo del tabacco.
La strada corre adesso in vista della vasta
zona terrazzata di Valstagna, sull'altro versante della valle,
con le sue piccole contrade sparse qua e là a raffigurare
il fondale di un immenso presepe.
Oltrepassate Rivalta e San Marino, entriamo nell'anfiteatro dolomitico
di Cismon dominato dalla caratteristica "Gusea", un
esile ago di roccia divenuto il simbolo dei paese. 
Qui ogni dieci anni si svolge la tradizionale processione della
Madonna dei Pedancino, in occasione della quale decine di archi
frondosi scavalcano le vie del paese lungo l'itinerario che porta
al piccolo santuario posto sulla riva dei torrente Cismon.
Ora la valle si trasforma in un'angusta
spaccatura tra le alte pareti rocciose: dopo i ruderi dei forte
Tombion, sbarramento eretto dopo l'annessione del Veneto all'Italia,
ci appare di fronte l'antro fortificato del Covolo Butistone;
tutt'attorno decine di itinerari alpinistici si dipanano sulle
pareti della palestra di roccia cismonese. 
Al successivo slargo della valle eccoci a Primolano, antico borgo
di confine tra Italia e Austria, dominato dalla tagliata della
scala: la vecchia fortificazione, che avrebbe dovuto servire come
caposaldo della linea difensiva italiana durante la grande guerra,
fu invece sgombrata, senza nemmeno averla potuta utilizzare, durante
l'arretramento del fronte italiano seguito nel '17 alla rotta
di Caporetto.
Ritornati sui nostri passi attraversiamo il Brenta sul ponte antistante
il Tombion; la strada passa per piccole contrade spopolate dell'emigrazione,
in un ambiente rupestre di indubbio fascino: nel passare sotto
ai paurosi strapiombi della Val Gadena, che profonda e selvaggia
si interna nell'altopiano dei sette comuni, potrà capitarci
di assistere alle evoluzioni dell'aquila reale, che qui nidifica
regolarmente. 
Giunti a San Gaetano sarà senz'altro interessante risalire,
almeno per un breve tratto, la mulattiera che dal centro del paese
si inoltra frammezzo i terrazzamenti: ci renderemo così
conto di cosa abbia significato per la valle questa particolare
forma di sistemazione del terreno, che possiamo a buon diritto
considerare un "monumento agrario". 
Ripresa la strada, troviamo subito dopo il ponte sul torrente
Subiolo: inoltratici tra i campi dietro la contrada, potremo gettare
uno sguardo all'azzurro laghetto emergente dagli abissi sotterranei.
Dalla piazza di Valstagna, davanti al leone di san Marco troneggiante
sulla torre dell'orologio, prende inizio una passeggiata che,
passando per contrada Torre, dove il Frenzela precipita tra i
salti rocciosi della cascata dei calieroni, porta quindi a visitare
le varie contrade arroccate sui terrazzamenti.
Risalendo per qualche chilometro la val Frenzela sulle tracce
di quella che fu un tempo la principale via d'accesso all'altopiano,
si arriverà all'inizio di quella grandiosa scalèa
pietrificata che è la Calà dei Sasso. Un'occhiata
alle evoluzioni delle canoe sul Brenta ed alla coloratissima riviera
e riprendiamo il viaggio che ci condurrà in breve ad Oliero.
Una sosta è indispensabile per visitare le famosissime
grotte ed il parco che le circonda. In paese la chiesa di S. Spirito
ridesta il ricordo di Ezzelino III° che qui si ritirò
a vita monastica. La strada continua ora costeggiando la riva
dei Brenta sino all'abitato di Campolongo, dalla caratteristica
chiesa con i due campanili; "Et longitudo et altitudo et
latitudo eius acqualia sunt" recita un versetto dell'apocalisse
che ne spiega l'architettura: ha la particolarità infatti
di avere altezza, larghezza e lunghezza uguali tra loro. 
All'uscita del paese il ponte sul Brenta riporta sull'altra riva
alla vicina Solagna; in alternativa è possibile continuare
verso Campese, donde in breve a Bassano.